Grande fermento a Milano per il Don Giovanni di Mozart, nella ripresa dell’allestimento di Robert Carsen che aprì la stagione scaligera 2010/2011. A pochi giorni dalla prima del 6 maggio, incontriamo il protagonista Thomas Hampson, artista di fama internazionale, che a coronamento di una lunga e duratura carriera, è al suo debutto operistico alla Scala. Il baritono statunitense ci parla del suo Don Giovanni, di come si diventa un cantante d’opera cosmopolita e del ruolo della musica e dell’arte in questo momento così difficile della storia contemporanea.

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Thomas, sei il protagonista di una carriera internazionale in tutti i maggiori teatri del mondo, ma al debutto operistico alla Scala, pur con regolari presenze in questo teatro a far data dal 1989 in recital.

Sì questo è il mio debutto operistico alla Scala. Ho cantato solo La bohème concertante a Roma e Le nozze di Figaro al Maggio Musicale e svariati concerti, ma mancava un’opera alla Scala. Quando Alexander Pereira mi ha proposto il Don Giovanni è stata una sorpresa per me, mi sono sentito onorato. Ero anche un po’ nervoso perché sappiamo tutti come sia esigente il pubblico della Scala, come sia preparato. Quindi spero di fare bene, canterò al meglio perché è una grande opportunità.

So che hai studiato con Elisabeth Schwarzkopf e lavorato con Leonard Bernstein. Ha qualche aneddoto sulle esperienze con questi due mostri sacri della musica?

Ho molti aneddoti. La prima volta che ho lavorato in pubblico con Lenny Bernstein fu a Roma a Santa Cecilia con La bohème. È stata un’esperienza meravigliosa. In quell’occasione, Leonard aveva staccato un tempo molto lento nel terzo atto , e ricordo il suo manager che lo guardava e gli diceva: “Lenny, non è Tristan and Isolde, è La bohème”! Ero molto giovane e Lenny era già un Dio per noi, quindi questa cosa che qualcuno gli desse questi “consigli” mi aveva stupito molto, ma dimostra che, anche quando sei un grande musicista affermato, hai sempre bisogno di qualcuno che ti consigli.

Elisabeth Schwarzkopf invece mi ha completamente aperto gli occhi su come usare la voce e come decidere cosa esprimere con essa. Alcuni cantanti sono espressivi per natura, ma se non hai la consapevolezza di ciò che l’autore ha scritto in quel passaggio non lo puoi esprimere e non è un lavoro completo. Quando studiavo con lei tecnicamente ero già a uno stadio avanzato e lei mi dava comunque ottimi consigli da questo punto di vista, ma ciò che di più bello mi ha insegnato non è stata la tecnica, quanto piuttosto il modo di usare la mia voce come volevo. Ricordo che un giorno ci incontrammo per studiare Mahler, ed erano le nove di mattina. Lavoravamo tantissimo. A un certo punto lei disse “Facciamo una pausa” e guardando l’orologio ci accorgemmo che erano le cinque del pomeriggio. Erano passate otto ore e nessuno dei due se ne era accorto. Questo ti dice come fosse lavorare con lei: era perfetta come insegnante, sapeva esattamente cosa ogni allievo dovesse fare in quel preciso momento.

Interview: L’Ape musicale

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Thomas Hampson